Dalle ore 12 del 10.10.25 tacciono le armi e gli israeliani di stanza nella striscia di Gaza si ritirano dietro la linea gialla , secondo la mappa disegnata dalla Casa Bianca. Non è certo la pace eterna invocata da Trump, ma è uno stop al massacro della popolazione palestinese.
Le immagini che arrivano da Gaza ci mostrano un flusso commovente di gazawi che tornano agli scheletri delle loro case, sventrate dalle bombe israeliane. Marciano con la speranza di riaprirsi al tempo della vita, marciano con la fierezza incrollabile di riprendersi la loro terra che non hanno mai abbandonato. Quella sottile martoriata striscia imbrattata di sangue e di orrendi crimini perpetrati contro una popolazione inerme affamata, tormentata, distrutta è percorsa da un flusso ininterrotto di palestinesi.

Dopo 24 mesi di massacri quotidiani la firma dell’intesa annunciata il 9 ottobre 2025 dalle delegazioni riunite nella Penisola del Sinai apre uno squarcio nel buio che avvolge Israele e il Medio Oriente dal 7 ottobre 2023 . Già il 7 ottobre, un giorno in cui la difesa del muro che segna il confine tra Gaza e Israele era totalmente sguarnita e i soccorsi sono arrivati dppo sei ore.
Lo smart wall è considerata una delle difese di confine più avanzate al mondo, dotata di telecamere ad alta risoluzione, sensori sotterranei per rilevare i tunnel e torrette mitragliatrici a controllo remoto. Profonde falle nel sistema di sicurezza israeliano hanno consentito questo disastro? Una totale negligenza dell’intelligence e del comando militare delle ff.aa. più tecnologicamente avanzate del mondo?
E ancora, nei giorni precedenti l’attacco, gran parte delle truppe di combattimento erano state spostate dalla zona di Gaza alla Cisgiordania per proteggere gli insediamenti e gestire le tensioni lì presenti. Questa ridistribuzione ha lasciato la zona del confine con Gaza con un numero insufficiente di soldati per una risposta rapida!!! L’intervento delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) alle comunità e alle basi assaltate lungo il confine è stata uno degli aspetti più criticati del 7 ottobre, con ritardi stimati tra le 6 e le 7 ore in alcune aree. Un caso? C’è da chiederselo quanto meno.
Ci interrogheremo ancora x molto tempo sul perimetro di questo attacco.
Per quanto lacunosa e di stampo colonialista, priva di ogni immaginabile considerazione verso la popolazione palestimese, l’intesa è stata accolta con gioia e trepidazione, sia in Israele che per le strade della Striscia, e celebrata dai leader del mondo come una svolta per porre fine alla guerra
I dettagli cruciali però devono ancora essere definiti. Tra questi, i tempi e l’entità del ritiro israeliano, la composizione dell’amministrazione postbellica per la Striscia di Gaza e il destino di Hamas. È su questi punti, e sulla capacità e volontà degli attori internazionali di esercitare pressione sulle parti anche dopo il rilascio degli ostaggi, che dipenderà cosa succederà domani e dopo ancora.
I contenuti dell’accordo
In base all’accordo, approvato dal consiglio gabinetto di guerra israeliano, il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10.10.25 dopo 24 ore dalla firma, mentre l’esercito dispiegato a Gaza ha cominciati un parziale ritiro fuori dalla linea gialla tracciata da Washington.
Dopo 72 ore di tempo Hamas ha iniziato oggi a rilasciare gli ostaggi, una ventina, ritenuti ancora in vita e, gradualmente, anche i corpi di quelli deceduti. Contestualmente, Israele libererà circa 2mila prigionieri palestinesi, inclusi 250 condannati all’ergastolo e oltre 1700 provenienti dalla Striscia detenuti dopo il 7 ottobre 2023.
Almeno 400 camion di aiuti stanno entrando nel territorio palestinese con generi alimentari e beni di prima necessità e il valico di Rafah, al confine con l’Egitto sarà parzialmente riaperto.
L’accordo, sulla falsariga del Piano di pace in 20 punti presentato da Trump la scorsa settimana, che Israele aveva accettato e che Hamas aveva in parte sottoscritto, lascia in sospeso alcune questioni di vitale importanza, sulle quali non si è profilato un accordo. In particolare, non ci sono dettagli sul disarmo di Hamas, né sui tempi e termini del ritiro israeliano mentre la futura governance di Gaza è un’incognita.
Il piano di Trump prevede che Hamas non abbia alcun ruolo nella Striscia e propone che venga temporaneamente governata da un comitato di tecnici palestinesi supervisionati da un ‘Board of Peace’ di cui farebbero parte lui e l’ex premier britannico Tony Blair, prima di essere consegnata all’Autorità Nazionale Palestinese.
Riluce un barlume di speranza?
Almeno a giudicare dalle dichiarazioni ufficiali i firmatari sono entusiasti dell’intesa. Hamas dal canto suo parla di “vittoria” e di “fine delle sofferenze” per il popolo palestinese.
Le tensioni residue e le incongruenze su numerosi punti sono evidenti. Hamas ha chiesto a Trump e ad altri partiti di “garantire che il governo di occupazione israeliano rispetti pienamente i termini dell’accordo” mentre non ha ancora dichiarato che accetterà il disarmo. “Non abbandoneremo mai i diritti nazionali del nostro popolo finché non saranno conseguite libertà, indipendenza e autodeterminazione”, ha affermato il gruppo, riferendosi indirettamente alla rivendicazione di uno Stato palestinese, tema che è stato respinto da Netanyahu e a malapena affrontato dalla Casa Bianca.
Politica interna
Tra gli altri ostacoli, anche il fatto che in Israele l’accordo sull’intesa non è unanime. Netanyahu dovrà affrontare la resistenza dei membri di estrema destra della sua coalizione di governo, tra cui il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, e il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, che hanno già minacciato di rovesciare l’esecutivo in caso di cessate il fuoco.
Mille incognite dopo la firma
Pur accompagnato da mille incognite, questo è un momento cruciale per Israele, i palestinesi, il Medio Oriente e lo stesso Trump, dopo mesi in cui le sue promesse di portare la pace nella regione martoriata, erano suonate vuote e improbabili. Oggi, secondo i funzionari palestinesi, il numero è di oltre 67mila, di cui 20mila bambini e le zone settentrionali della Striscia sono afflitte da una carestia provocata dall’assedio. Israele, accusato di genocidio dagli esperti Onu, è più isolato di quanto non lo sia mai stato prima d’ora.
La vera sfida è garantire che stavolta l’accordo vada oltre il cessate il fuoco e lo scambio di ostaggi e porti a una soluzione più duratura, che apra la strada a quella pace che oggi, nei fatti, è ancora solo un presagio. Il fatto che sia Israele che Hamas abbiano almeno accettato la prima fase del piano sottolinea la differenza che un presidente americano impegnato può fare quando è disposto a esercitare pressioni su entrambe le parti.
La tragedia, per i civili di Gaza, è che per arrivare a questo primo passo ci siano voluti due anni e 70.000 morti, di cui 20.000 bambini : intere generazioni annientate nel segno raccapricciante della pulizia etnica
L’accordo è un punto di partenza non di arrivo, di un processo lungo, complesso e dall’esito altamente incerto. Senza una soluzione politica duratura dell’annosa questione palestinese sulla base della formula dei due stati non potrà esserci pace e stabilità in Medio Oriente.
È un processo tutto da costruire in cui servirà, da qui in avanti, un impegno costante non solo dell’amministrazione Trump e dell’intera comunità internazionale.
