ll bradisismo delle destre: dall’Ungheria all’Italia, un asse che si incrina dopo l’attacco all’Iran
Ad ovest dello Stretto di Hormuz, c’è un rumore nuovo nella politica europea: non è ancora un crollo, ma uno scricchiolio netto, riconoscibile. Le destre sovraniste, che negli ultimi anni hanno costruito un’alleanza transnazionale fondata su slogan identitari e leadership muscolari, oggi mostrano crepe profonde. La sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria è il segnale più evidente di questo cambio di fase.
Il nuovo presidente Péter Magyar non è un santo né un progressista modello, ma rappresenta qualcosa che per l’internazionale sovranista è molto peggio: un corpo estraneo, non allineato alla rete MAGA che ha cercato di saldare Trump, Orbán, Meloni e gli altri interpreti del nazional‑populismo globale.
La caduta del “modello Budapest” incrina un equilibrio che sembrava intoccabile.
L’Italia come epicentro del cambiamento
In Italia, il bradisismo era iniziato prima.
La bocciatura del referendum sulla giustizia e il giudizio negativo su alcune politiche del governo hanno rappresentato un primo scossone. Non un voto episodico, ma un segnale politico, seguito a cascata dalle dimissioni di un Sottosegretario alla giustizia, Del Mastro, del Capo di Gabinetto del Ministero della giustizia e last but not least – finalmente- della ministra Santanchè.
Una parte consistente del Paese non si riconosce più nella narrazione di un potere che si presenta come infallibile, che non riconosce la sconfitta, che tira dritto senza spiegazioni. Che calpesta il diritto e vuole riconoscere una mazzetta agli avvocati che rimpatriano i loro clienti, commettendo due reati, infedele patrocinio e corruzione. Un pasticcio in salsa meloniana.

La sconfitta di Orbán ha accelerato questo processo.
L’asse che univa Roma a Budapest e guardava a Washington come faro ideologico oggi è sotto stress. E lo è ancora di più dopo l’attacco USA‑Israele all’Iran, un’azione che ha messo in difficoltà chi, in Europa, aveva scelto di legare la propria identità politica alla leadership americana.
Dopo i vergognosi attacchi rivolti a Papa Prevost da Donald Trump, la strategia del “non condivido e non condanno” non è più sostenibile. Il silenzio sulla guerra in Iran è diventato un boomerang. JD Vance, cristiano di ritorno, ha osato ledere il dogma dell’inviolabilità papale, quando ha affermato testualmente: “il Papa deve essere cauto quando parla di teologia”, fa quasi ridere , è come se Adriano Panatta dovessere prestare attenzione nel parlare di tennis. Mai nella storia USA si era arrivati ad un simile scontro con il Vaticano, considerato un competitor nell’influenza globale.
L’Iran in fiamme e il mondo fermo nello Stretto di Hormuz
L’Iran è in fiamme. Una guerra illegale, in cui l’aspirante candidato al Nobel per la pace, Donald Trump, spinto dall’alleato israeliano sotto la pressione cstante degli Epstein files, immaginava un rapido collasso del regime.
Invece, il regime change non è arrivato: l’Iran non è il Venezuela, dove la cattura del presidente Maduro ha letteralmente decapitato il regime e aperto la strada al soddisfacimento delle pretese USA. La Repubblica islamica è un sistema di potere ben organizzato che ha un vertice diffuso dove l’assassinio di un premier ha come conseguenza il nominarne un altro, non certo il collasso del sistema. I persiani appartengono ad una civiltà con cinquemila anni di storia, hanno il senso dell’impero che furono, sono orgogliosi, riottosi a ogni intromissione, non immemori dell’imposizione del regno dello Scià.
I Pasdaran, cuore militare e politico del Paese, hanno risposto alle minacce con la loro vera arma strategica: la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz, il punto più delicato del pianeta dal punto di vista energetico. La guerra di Trump e Nethanyau oltre che illegale è fallimentare. Infrangere l’architettura di influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemennon per fare spazio agli accordi di Abramo non è un obiettivo realisticamente perseguibile. Si produce solo un ingestibile caos.

E così Donald Trump adesso si trova nel mirino della sua stessa base MAGA con l’accusa di aver inscenato l’attentato in Pennsylvania del 2024. Molti non gli perdonano di aver trascinato gli Stati Uniti in guerra. E Il colpo finale è arrivato, nei giorni scorsi, da un altro (ex) sostenitore di Trump,Tucker Carlson l’ex conduttore di Fox con milioni di followers che gli ha voltato le spalle. Nella sua protervia, l’indegno presidente USA si è reso conto di essere intrappolato a Hormuz, ma non sa come uscirne, anche perchè gli iraniani pretendono, giustamente, il cessate-il-fuoco in Libano, dove Israele sta bombardando impietrosamentre le città del Libano meridionale provocando ogni giorno motri nella popolazione civile.

Lo Stretto è largo poche decine di chilometri, ma da lì passa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme di gas naturale liquefatto.
È il luogo dove la geopolitica diventa materia viva: basta un gesto, un missile, una nave bloccata, e il mondo si ferma.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo: il pianeta si è arenato in quei chilometri d’acqua, mentre la crisi iraniana mette in difficoltà alleanze, posture e certezze costruite negli ultimi anni.
L’Europa sceglie la distanza dalla guerra. E l’Italia?
L’Unione Europea ha scelto di non partecipare al conflitto in Iran.
Una decisione che segna una linea politica chiara: evitare un coinvolgimento diretto in un’area già esplosiva e mantenere un ruolo diplomatico.

In questo scenario, l’Italia si ritrova a dover ricalibrare la propria postura.
Il riavvicinamento all’Europa non è solo una scelta tattica: è la presa d’atto che l’asse sovranista internazionale non è più un porto sicuro.
E mentre le destre entrano in una fase di incertezza, Pedro Sánchez emerge come figura centrale dell’internazionale progressista, capace di costruire un fronte alternativo che parla di diritti, welfare, lavoro, transizione ecologica.
Un ciclo politico si chiude
Il quadro è chiaro:
- Orbán perde e si indebolisce l’architrave del sovranismo europeo.
- In Italia, il voto sul referendum giustizia ha aperto una faglia politica.
- La guerra in Iran mette in crisi l’asse Trump‑Meloni.
- L’Europa sceglie la prudenza e la diplomazia.
- I progressisti, con Sánchez in testa, tornano a essere un polo di riferimento.
Non siamo davanti a un terremoto, ma a un lento e inesorabile movimento tellurico, un bradisismo politico che potrebbe ridisegnare l’Europa dei prossimi anni.
Forse è questo il punto: non stiamo assistendo a un semplice cambio di stagione, ma alla fine di un ciclo politico che sembrava eterno. Le destre sovraniste, che avevano costruito la loro forza sull’idea di un mondo semplice, impermeabile e identitario, oggi devono fare i conti con una realtà che non si lascia addomesticare.
L’Ungheria cambia, l’Italia scricchiola, l’Iran resiste, l’Europa si ricompatta, e gli equilibri globali si spostano dove nessuno li aveva previsti.
Il bradisismo non fa rumore, ma trasforma tutto ciò che tocca.
E quando la terra smette di essere ferma, non basta più ripetere gli slogan: bisogna scegliere da che parte stare del mondo che sta arrivando.
