È l’alba di un nuovo giorno sulla Grande Mela, una nuova speranza riluce sull’orizzonte democratico USA, finora in coma etilico. Figlio di immigrati ugandesi, Zoharan Mamdani ha conquistato il 5 novembre la carica di sindaco di New York con oltre il 50% dei voti.
Musulmano e socialista, fino a 12 mesi fa un perfetto sconosciuto, è riuscito a sedurre la Grande Mela, una delle città più importante e ricca del pianeta, con i modi di un Robin Hood contemporaneo.
L’orizzonte valoriale
Ha riportato nel lessico democratico parole che la politica centrista aveva quasi dimenticato: giustizia, solidarietà, diritti. Le sua politiche socialiste mirano a riequilibrare la ricchezza, mobilitando attenzione e risorse verso le fasce più povere.
Mettendo in campo la giustizia sociale, Mamdani ha parlato ai bisogni materiali dei cittadini, di servizi, sanità, scuola, di politiche sociali. Ha promesso il congelamento degli astronomici affitti (la media è di 4500 dollari) autobus gratuiti, assistenza sanitaria gratuita, case popolari diffuse e una redistribuzione più equa del carico fiscale.

Le prime misure annunciate vanno in questa direzione: un piano straordinario per la casa e un incremento del salario minimo. A New York c’è un’altissima concentrazione di milionari: circa 385 mila milionari, il numero più alto del mondo. L’ aumento della pressione fiscale su questa fascia di reddito potrà coprire solo parte della spesa sociale prevista, ma è necessaria per finanziare la spesa pubblica.
Governare una delle città più ricche del pianeta anche con un programma spostato tutto a sinistra? Zorhan c’è riuscito, forte anche del suo genetico cosmopolitismo. E strizzare l’occhio al populismo senza perdere la propria identità? Sì, perchè i toni sono inediti, privi di aggressività.
Un populismo che non urla, non divide, non cerca nemici; punta invece a creare un nuovo senso di appartenenza, un “noi” che includa anziché escludere. Un populismo che promette di costruire, non di distruggere.
Questa è la principale differenza rispetto al populismo trumpiano. Dove Trump agita la rabbia come strumento di potere, Mamdani la trasforma in consapevolezza politica. Dove l’ex presidente polarizza, il nuovo sindaco ricompone. Entrambi si rivolgono al “popolo”, ma con presupposti opposti: uno cerca il consenso nella paura, l’altro nella possibilità di una giustizia condivisa.
Il successo risveglia i dem
Il successo di Mamdani dimostra che una piattaforma di sinistra non è necessariamente minoritaria, che può diventare maggioranza quando riesce a tradurre i principi in proposte concrete e pragmatiche. Restituendo slancio vitale al partito democratico, ha messo nell’angolo il trumpismo trionfante.
Alla sinistra italiana, sempre in cerca di autore, va significato che l’esperimento newyorkese non è replicabile ovunque. Le condizioni sociali e culturali della città sono uniche, e la sua tradizione progressista è più radicata che altrove. Tuttavia, il messaggio politico che ne deriva è chiaro: la sinistra può tornare a vincere quando ritrova il coraggio di parlare di uguaglianza, quando smette di corteggiare gli elettori moderati e riconosce che la questione sociale è di nuovo il centro del conflitto politico.
Per i democratici, questo significa riaprire un cantiere di idee e di leadership in vista delle presidenziali del 2028. Se la linea di Mamdani dovesse trovare conferme, l’ala sinistra avrebbe argomenti solidi per candidare uno dei suoi alla Casa Bianca.
L’esito del voto newyorkese segna l’inizio di una nuova stagione politica, dopo anni di immobilismo e di battaglie inesitate o sopite come quelle di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.
A favore di Mamdani ha anche giocato, in maggior misura, un sentimento antitrumpiano che sta montando in una larga parte dell’opinione pubblica degli . Una sonora debacle trumpiana dalla East alla West coast. Esemplari i casi delle due nuove governatrici democratiche di Virginia e New Jersey.
La vittoria di Mamdani ricorda che la politica può ancora essere un atto di visione e non solo di gestione. Ha mostrato che si può vincere parlando ai poveri senza insultare i ricchi, chiedendo ai privilegiati di contribuire di più senza demonizzarli. Ha dimostrato che si può essere populisti senza rinunciare alla complessità, pragmatici senza perdere l’anima, radicali senza essere settari. Ed è un segnale che va ben oltre i confini di New York, se si riesce a cogliere.

Mi torna in mente LA LOTTA CONTINUA
un saluto,una sorta di grido di battaglia, che si scambiavano i compagni del PAIGC ( partito africano per l’ indipendenza Guinea e CapoVerde ) negli anni ’70
La risposta al saluto era
A VICTORIA STA CERTA
Grazie Alessandra