Il senso dell’Europa per la neve

Nel Senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg , la glaciologa Smilla Jaspersen nata in Groenlandia, ma da molti anni a Copenaghen, racconta i diversi termini per indicare la neve nella lingua eschimese, quali fiocco di neve, manto di neve, neve soffice. Una lingua che si adatta alle sue esigenze comunicative; dettagli come la compattezza della neve o lo stato del ghiaccio sono essenziali per cacciare o spostarsi in sicurezza.

Allo stesso modo possiamo guardare alla Kalaallit Nunaat in almeno tre prospettive diverse.:

  1. La Groenlandia ai groenlandesi, secondo il principio di autodeterminazione dei popoli
  2. Ipotesi di invasione
  3. Compravendita della Groenlandia

In quest’articolo ci soffermeremo sulla prospettiva indicata al n.2.

La strategia predatoria della Casa Bianca

flag of the usa in countryside
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Di fronte alle Strategie predatorie a stelle e a strisce sulla Groenlandia il Vecchio Continente è impreparato e intorpidito e tarda a reagire. Dopo 80 anni la rete di disarmo e di pace basata sul sistema delle Nazioni Unite si è sgretolata, picconata dal gangster di Washington e salla sua amministrazione corsara.

L’emblema della vacuità è incarnato da Ursula Von Der Leyen, la Presidente della Commissione, che si muove con passi incerti  e vacillanti sulle questioni di  politica internazionale,  supportatata [si fa x dire ] dalla Altissima rappresentante di se stessa Kaja Kallas. Salvo ad alzare i toni sul riarmo dei singoli Stati, senza invocare in primis una politica di difesa europea.

Ma la Von Der Leyen è altro non è  che il punto di caduta di un lacerato tessuto istituzionale unionale. I 26 o 27 Stati che stanno insieme a volte più per convenienza che per convinzione.

Da più parti si invoca una svolta federale, una trasformazione radicale della fragile Unione europea negli Stati Uniti d’Europa.  Istituzioni politiche adeguate a rappresentare con piena efficacia una comunità immensa per  forza economica, oltre che per cultura, storia e tradizione democratica.

Dotate di uno status geopolitico  all’altezza delle sfide e delle minacce del mondo contemporaneo. Non certo per muovere guerra,  ma per difendere la legalità, lo stato di diritto,  il diritto internazionale. Per ridare slancio ad uno sbiadito incompleto multilateralismo . Ma anche per non essere bullizzati dal Caudillo imperialista per narcisismo.

Un rigurgito di dignità

Una minaccia senza precedenti: un intervento diretto degli Stati Uniti in Groenlandia significherebbe un attacco diretto ad un territorio appartenente a un membro dell’Ue e della Nato.

Di fatto l’alleanza atlantica e l’ordine di sicurezza europeo dal dopoguerra svanirebbe definitivamente.

Invece di baciare la pantofola al sultano fino, l’Unione dovrebbe sfruttare le leve in suo possesso:

  • imporre  contro-tariffe equivalenti all’imposta americana del 15% sull’Europa;
  • Tassare e regolamentare finalmente le Big Tech nel territorio degli
  • Mettere in discussione le basi americane e le vendite di armi in Europa

   

E’ notizia di oggi 18 gennaio che la UE sta preparando 93 miliardi di euro di dazi e possibili limitazioni all’accesso delle aziende statunitensi al mercato europeo per contrastare le minacce di Trump sulla Groenlandia. Intanto, dopo i nuovi dazi di Trump, il Parlamento europeo ha sospeso l’approvazione dell’accordo commerciale tra UE e USA evidenziando che “La Groenlandia non è in vendita” , forse la UE batte in colpo. Mentre la Meloni si è offerta nuovamente come “pontiera” con il bullo d’oltreoceano. E’ un errore, non c’è nessuno spazio per il dialogo.

Sabato 17 gennaio a ci sono state manifestazioni di protesta in Danimarca e in Groenlandia contro le mire espansionistiche sulla Groenlandia .  A Nuuk, la capitale groenlandese, centinaia di persone hanno sfilato davanti al consolato statunitense sventolando bandiere e striscioni. Tra loro c’era anche il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen. Nello stesso giorno a Copenaghen al lungo corteo nello stesso giorno hanno partecipato sono stati oltre 15mila. I manifestanti hanno sventolato cartelli con scritte come «giù le mani dalla Groenlandia» e «Yankee, go home!», e gridato cori come «la Groenlandia non è in vendita».

Le rivoluzioni autentiche non si impongono dall’alto, ma maturano lentamente nelle pieghe della società, dove il malcontento si trasforma in coscienza collettiva e la volontà popolare diventa forza capace di ribaltare gli equilibri del potere.

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