If you are not in the table, you are in the menu

Esecuzione di Alex Pretti
Foto Ansa

Avevamo pensato di toccare il fondo il 22 gennaio, con la deprecabile foto scattata a Davos, di autocrati e bulli di Stato che compongono il Board of peace oppure of piece, citando Musk. Ribattezzato da Tomaso Montanari il Board di Avvoltoi, il  board vuole porsi come un nuovo CDA del mondo, a pagamento (solo un $1 billion),  che vuole sostituirsi al sistema delle Nazioni Unite.

E invece no, c’era ancora da raschiare il fondo del barile. Poichè il peggio non è mai morto, poco dopo un duo al quale nel passato abbiamo già assistito stava preparando il colpo di scena : l’asse Meloni- Merz spera di poter dare  il premio Nobel per la pace al boss d’oltreoceano. Il piatto forte è servito. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul possibile Nobel per la pace a Donald Trump sono state rilasciate il 23 gennaio 2026 a Roma, durante la conferenza stampa congiunta al termine del vertice intergovernativo Italia‑Germania, ospitato a Villa Doria Pamphilj.

Ma hanno senz’altro ragione. Mai Nobel fu più meritato per l’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appena fatto un golpe in Venezuela, minacciato di invadere la Groenlandia, arrestato un bambino di cinque anni per usarlo come esca e deportato una bambina di 2 anni insieme al padre a Minneapolis. A Minneapolis sono anche stati arrestati circa 100 membri del clero durante una protesta contro le deportazioni di migranti all’aeroporto internazionale Minneapolis–Saint Paul. Le fonti confermano che si trattava di una manifestazione pacifica, con preghiere, canti e un blocco simbolico della strada davanti al Terminal 1.

La spirale di violenza a Minneapolis

Una violenza inaudita. Le due operazioni dell’ ICE avvenute a Minneapolis — il fermo del bambino di 5 anni il 20 gennaio  e quello della bambina di 2 anni due giorni dopo — non sono episodi isolati. Sono il sintomo di una strategia più ampia, che sta ridefinendo il ruolo dell’agenzia. A distanza di 2 settimane dall’uccisione della cittadina statunitense Renee Good il 24 gennaio, agenti  ICE ha crivellato di colpi in cold blood Alex Pretti, infermiere, armato solo di un cellulare per filmare le nefandezze della milizia: una vera e propria esecuzione, come si evince dalla documentazione fotografica e dalle testimonianze raccolte.

Intanto sfacciatamente Greg Bovino, il Capo della Border Patrol, semina il terrore in un cappotto lungo verde che ci ricorda i tempi più bui, con il pieno appoggio di Trump e della segretaria alla Sicurezza Interna Kris Noem, che ha  parlato di “terrorismo domestico”. Trump sta testando una torsione autoritaria, per vedere fino a che punto si può spingere

Un buco nero nella democrazia

Nella democrazia americana un buco nero si allarga. Dove sono i contrappesi democratici di fronte a questa ondata di violenza di Stato? E i Democratici ? Balbettano sullo sfondo, divisi sul voto al finanziamento del famigerato ICE. Il Congresso USA è spaccato, proprio mentre si discute il finanziamento del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS). Sette democratici , nel quadro del pacchetto sicurezza calendarizzato alla Camera degli Stati Uniti il 22 gennaio 2026, hanno votato a favore del provvedimento: Henry Cuellar, Jared Golden, Marie Gluesenkamp Perez, Laura Gillen, Don Davis, Tom Suozzi e Vicente Gonzalez. Ora il pacchetto è stato trasmesso al Senato, dove è atteso per il voto entro la scadenza del 30 gennaio 2026, data limite per evitare un nuovo shutdown


Davos e l’Europa: perché la vera partita si gioca sulla Groenlandia

Mentre nel Minnesota c’è un’escalation della violenza poichè tensioni con gli agenti dell’ICE stanno provocando una guerrilla urbana, a Davos la presenza di Trump ha segnato un ulteriore allontanamento dalla diplomazia transatlantica tradizionale, con un approccio diretto e provocatorio verso i leader alleati.  Davos è sempre stato un palcoscenico globale, ma quest’anno ha assunto i contorni di un test di stress per l’Europa. L’arrivo di Donald Trump ha polarizzato l’attenzione e messo alla prova la capacità dei leader europei di mantenere una linea comune. Eppure, nonostante la narrativa di un’Europa debole che circola in certi ambienti, la realtà osservata tra i corridoi del Forum racconta qualcosa di diverso. Trump ha scelto un approccio frontale: attacchi alle politiche energetiche europee, accuse di lassismo sull’immigrazione, minacce di nuovi dazi. Una strategia che punta a dividere, più che a negoziare. Ma la risposta europea, pur non priva di sfumature, non è stata stavoltaquella di un continente in ginocchio.

Macron risponde, Roma galleggia

Il presidente francese con gli occhiali da sole che hanno rubato la scena Emmanuel Macron ha replicato con fermezza, denunciando l’“asimmetria” che Washington tenta di imporre. La Germania, più prudente, ha comunque lasciato trapelare irritazione per una retorica giudicata destabilizzante. L’Italia, come spesso accade, ha cercato di muoversi tra le due sponde, galleggiando nel Mar-a-lago.

epa12664319 French President Emmanuel Macron speaks during a plenary session at the Congress Hall during the 56th annual meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, 20 January 2026. The meeting, held under the theme ‘A Spirit of Dialogue,’ brings together entrepreneurs, scientists, and corporate and political leaders and runs from 19 to 23 January. EPA/GIAN EHRENZELLER

Ma il punto più delicato non è stato quello dei dazi o dell’energia. È stato la Groenlandia. Trump è tornato a insistere sulla necessità di mettere le mani sulla Groenlandia, per controllare la rotta artica e le risorse groenlandesi. Ma per una volta, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha battuto un colpo. La risposta è stata chiara:

la Groenlandia non è una merce di scambio e l’Europa non accetterà pressioni su un territorio che rientra nella sfera di cooperazione con il Regno di Danimarca.

Non un attacco frontale, ma una linea rossa. Una di quelle che, in diplomazia, contano più di mille dichiarazioni solenni. Von der Leyen ha ricordato che l’UE ha già in corso programmi di investimento e partnership con Nuuk, e che qualsiasi discussione sul futuro dell’isola deve avvenire “nel rispetto della sovranità e degli interessi europei”. Un messaggio che, tradotto, significa: nessuna concessione unilaterale.

La vera sfida della UE: trasformare la resistenza in strategia

A Davos si è vista  un’Europa che fatica a mostrarsi compatta, ma che su alcuni dossier — come la Groenlandia — ha saputo tracciare una linea comune. La diplomazia non è teatro. È un equilibrio instabile tra fermezza e prudenza. E giudicare la postura europea solo dai toni pubblici significa ignorare ciò che davvero conta: le posizioni negoziali, le alleanze, le linee rosse.

Davos non ha prodotto vincitori. Trump ha imposto il suo stile, l’Europa ha resistito senza cedere. Ma resistere non basta.
La sfida per l’UE è trasformare questa resistenza in una strategia coerente, capace di affrontare un mondo in cui la competizione geopolitica non concede pause.

La Groenlandia, in questo senso, è un simbolo: un territorio remoto che rivela quanto sia centrale il tema delle risorse, delle rotte e della sovranità.
E la risposta di von der Leyen mostra che, almeno su questo, l’Europa ha ancora voce.


Il punto di svolta

Ma il momento cruciale che ha segnato a Davos un punto di svolta è stato l’intervento del premier progressista canadese Mark  Carney: netto, strategico, ineludibile. Un discorso alto che è a tutti gli effetti un manifesto straordinario di Resistenza a Trump e al nuovo ordine mondiale su base neo-coloniale  e imperialista.

Ci sono frasi che non servono solo a chiudere un discorso: servono a inchiodare un’epoca.
Quando il premier Carney ha pronunciato a Davos la sua ormai celebre sentenza — If you are not in the table, you are in the menu – non cercava l’applauso facile. Stava descrivendo, con una lucidità quasi chirurgica, la condizione delle democrazie di medie dimensioni nel mondo che ci troviamo davanti. Nel suo discorso Carney ha gettato luce su un cambiamento epocale nelle relazioni globali. Con parole dirette e senza mezzi termini il premier canadese ha sottolineato che l’ordine mondiale che per decenni ha governato le interazioni tra le nazioni sta ormai andando in frantumi.

Carney ha messo in guardia contro l’inganno della stabilità apparente, facendo notare che, purtroppo, molti paesi, soprattutto quelli di potenza media, si stanno accontentando di un ordine che non esiste più. In un mondo dove le potenze più grandi non sembrano più vincolate da trattati e accordi internazionali, le nazioni che si trovano nel mezzo devono prendere atto della realtà: se non sono attivamente presenti ai tavoli decisionali, sono destinate a essere ignorate.

Carney non ha girato intorno al punto: l’ordine internazionale che pensavamo di conoscere è finito. Non è crollato all’improvviso, ma si è sgretolato sotto i colpi di una competizione sempre più esplicita tra Stati Uniti e Cina.
E in questo scenario, chi non ha la forza di imporre le regole rischia di diventare parte del bottino.

Il cuore del discorso è un appello diretto alle middle powers , Paesi come Canada, Europa, Australia, Giappone.
Per troppo tempo, dice Carney, abbiamo vissuto nell’illusione che bastasse essere “dalla parte giusta” della storia per essere protetti.
Oggi non è più così. La frase sul “menu” è un avvertimento: se non ti siedi al tavolo dove si decidono le regole, sarai tu stesso la regola da riscrivere.

La Groenlandia come simbolo della nuova geopolitica

Tra i passaggi più forti, Carney ha scelto un caso concreto: la Groenlandia. Non un dettaglio marginale, ma un laboratorio geopolitico dove si intrecciano risorse strategiche, rotte artiche e pressioni internazionali.

Carney ha difeso apertamente la sovranità danese, denunciando ogni tentativo di usare dazi o minacce economiche per condizionare l’Europa. Non ha fatto nomi, ma non serviva.
Il messaggio è chiarissimo:
l’Artico non può diventare una zona franca per la competizione predatoria delle grandi potenze.

Un realismo che non rinuncia alla cooperazione e al multilateralismo

Ciò che rende il discorso di Carney particolarmente interessante è il suo equilibrio. Non propone un ritorno ai blocchi, né un isolazionismo impossibile.
Propone invece un multilateralismo nuovo, più selettivo, più consapevole, più attrezzato. Un multilateralismo che non si limita a “credere” nella cooperazione, ma la costruisce con strumenti concreti: alleanze tematiche, resilienza economica, autonomia strategica, difesa della sovranità.

La forza del messaggio di Carney sta nel fatto che non riguarda solo i governi.
Riguarda le società, le economie, i cittadini.
Riguarda l’Europa, che troppo spesso si percepisce come un attore debole, quando in realtà è semplicemente un attore che deve decidere se sedersi al tavolo o continuare a sperare che il menu non la riguardi.

La frase d’effetto è diventata virale perché coglie un sentimento diffuso: la sensazione che il mondo stia cambiando più velocemente della nostra capacità di reagire.

Carney, invece, ci dice che reagire è ancora possibile.
Ma bisogna farlo ora.


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