Contro la scellerata autonomia differenziata, depositate in Cassazione 1.300.000 firme

Un boato di un milione e trecentomila firme consegnate il 26 settembre in Cassazione per il referendum abrogativo contro l’autonomia differenziata.

 I numeri parlano da soli. Sono state raccolte 1 milione e 291 mila firme, di cui quasi 554 mila raccolte online, e 737 mila su modulo cartaceo .

Già dal 26 luglio, solo otto ore dopo l’apertura alla firma dell’iniziativa refenderaria on line, 27.554 cittadine e cittadini hanno apposto la loro firma digitale per la promozione del referendum abrogativo dell’Autonomia differenziata. Un risultato che va al di là delle migliori aspettative e che testimonia una larghissima condivisione della battaglia in difesa dell’unità del paese.

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Un traguardo inatteso e sorprendente, soprattutto a fronte dell’astensionismo registrato nelle ultime elezioni politiche ed europee. E’ stata netta nella cittadinanza la percezione che la legge Calderoli mette in discussione l’unità del Paese e i diritti di tutti.

Un segnale importante sul quale la classe politica dovrebbe riflettere, che dimostra la spinta alla partecipazione democratica da parte dei cittadini, stanchi di essere dei meri esecutori delle volontà e desiderata espressi dai partiti. Dal porcellum (altra creatura di Calderoli) in poi, questo è l’umiliante ruolo assegnato all’elettorato.

E non è un caso che la firma on line, decisiva in un mondo digitalizzato sta subendo subdoli attacchi per scardinare un sistema democratico e partecipativo

Un risultato scomodo per i manovratori che vogliono agire indisturbati, che viceversa dimostra il sentimento diffuso che c’è in tutta Italia, non solo nel Mezzogiorno. L’involuzione della democrazia apre la strada ai populismi.

Le conseguenze della spacca-Italia

La legge  spacca-Italia – che  affonda le sue radici nella disgraziata modifica del titolo V del 2001 – disegna un Paese più diseguale, un Paese in cui i cittadini italiani residenti nei vari territori non godranno di uguali diritti (istruzione, salute, ecc.)

Infatti, dovrebbero passare dallo Stato alle Regioni in 21 modi diversi ben 23 materie (fino a configurare 21 mini-staterelli), come reti di comunicazione,

In tema di ferrovie ed autostrade ci saranno 21 velocità diverse.  

Mentre in tema di infrastrutture si immaginano corridoi da un capo all’altro dell’Unione, nel contesto di una visione europea, le legge Calderoli prevede che il potere decisionale e di controllo passi in capo alle Regioni.

 Il super-regionalismo va in direzione opposte alle spinte europeiste, frammentando in Italia quello che in Europa si cerca di unire.

L’obiettivo delle Regioni richiedenti è di trattenere una parte più consistente delle entrate fiscali: quelle che hanno maggiore forza economica avranno a disposizione più risorse di quelle meno forti, che per di più nemmeno potranno contare su un intervento di solidarietà per la differenza. Si passa da una concezione solidale del regionalismo a una divaricazione nei diritti delle persone.

In teoria i LEP dovrebbero garantire che in tutta Italia i cittadini abbiano gli stessi diritti e le stesse risposte, ma in questo modo è un obiettivo impossibile da realizzare.

I primi protocolli di pre-accordo nel 2018 fra 3 Regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) e il governo furono siglati dell’approvazione di questa legge legge.

Tuttavia la loro attuazione per il trasferimento di poteri alle Regioni avrebbe dovuto rispondere alle leggi esistenti, a partire dal ruolo del Parlamento, dalla legge di bilancio, e soprattutto non avrebbero potuto stabilire un meccanismo blindato di approvazione (procedura simile a quella degli accordi tra Stato e confessioni religiose). E, una volta approvati, gli accordi di fatto non sono più modificabili se non con l’accordo del presidente della Regione interessata.

La legge Calderoli mette ai margini della procedura il Parlamento, che informato poco e male e alla fine può solo dire sì o no all’accordo raggiunto dal presidente del Consiglio e dal presidente della Regione interessata recepito in legge.

Esautorando ancora di più il Parlamento.

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