12 notti . 12 lunghe notti in ospedale.
Un tempo sospeso, giornate scandite da ritmi non noto nel quotidiano, dai suoni delle terapie, dai lamenti straziati dalla sofferenza.
Sveglia alle prime luci dell’alba (quando si riesce a prendere sonno), poco dopo la luce in faccia acceso dall’accurato servizio di pulizie.
Colazione succulenta, poi schiere di camici bianchi alcuni sorridenti che aprono il cuore alla speranza, altri severi e taciturni che incutono soggezione, molta.
Di lato i degenti con alcuni dei quali si dividono angosce, esami, preoccupazioni. A fianco gli infermieri, professionali e disponibili, qualche volta stanchi.
Un edificio brutto, dall’architettura severa, quasi una struttura penitenziaria . Un’unica evasione: le macchinette, luogo proibito erogatore di golosità e dolciumi.
Eppure, nello scenario collinare dei Colli Aminei, dove lo stormire delle fronde degli alti platani, era in contrato con la cappa afosa che strangolava la città, mi sono sentita accudita e curata. Riconosco grande passione e dedizione a tutti i medici e specializzandi, dell’equipe del prof. Marfella, che ringrazio, per tutti.
Per questo la Sanità deve restare pubblica, sfuggendo alla privatizzazione. Per questo noi cittadini dobbiamo lottare compatti per difendere i principi costituzionali e arginare i percoli insidiosi dell’autonomia differenziata. Per gridare ancora una volta NO alla secessione dei ricchi,

