Il giorno della mimosa

Napoli, 8 marzo, 8 pm. Funicolare centrale. Ad una ad una entrano in ordine sparso ragazze giovani, diversamente giovani, lavoratrici, tutte, ma proprio tutte recanti trionfalmente in mano una mimosa: un solo ramoscello, un piccolo mazzo di fiori.

La mimosa. Un omaggio floreale che ha una storia politica: fu indicato dopo la fine della seconda guerra mondiale da Teresa Mattei, una ex partigiana, che continuò a battersi a lungo per i diritti delle donne.

Mattei, insieme a Rita Montagnani e Teresa Noce, propose di adottare un fiore che fiorisse alla fine dell’inverno e facile da trovare nei campi. In un’intervista Teresa disse: “la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente“.

Il ramoscello di mimosa dunque affonda le sue radici nella Resistenza. E’ simbolo di libertà e ci ricorda le donne che coraggiosamente hanno combattuto nelle fila partigiane per donarci la democrazia.

Eppure questo ramoscello cos’ profumato, così bello troppo spesso si intreccia con le scie di sangue delle vittime dei femminicidi.

Come possiamo dimenticare la tragica vicenda di Giulia Cecchettin che ha scosso tutta l’Italia?

Sul cammino verso la parità ci sono ancora molti ostacoli. Dalle molestie nel mondo del lavoro, ai maltrattamenti domestici, dal catcalling al gap salariale, le discriminazioni non mancano.

Che sia mimosa allora, ma che non si perda mai la memoria delle violenze.

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