Scappano i 30 cavalli dei corazzieri alla vigilia della 80esima festa della repubblica del 2 giugno 2026 . Corrono veloci, lontano, sulla Cristoforo Colombo, verso l’estremità sud della città.
Forse per non trovarsi alla parata davanti alla seconda carica dello Stato .
Già lui Ignazio, uomo scurrile, ma più che altro un fascista sfegatato, un leader politico che conserva cimeli del Ventennio e la cui storia è legata al Movimento Sociale Italiano presiede le celebrazioni di una Repubblica fondata sull’antifascismo.
La presenza di Ignazio La Russa alla Festa della Repubblica è considerata da molti un paradosso politico e storico. Da seconda carica dello Stato, partecipa a una ricorrenza che celebra i valori nati dalla Resistenza e dalla Costituzione antifascista, pur non avendo mai rinnegato la sua militanza e la sua storia nella destra missina.
Il fascismo in Italia è un nodo irrisolto.
L’Italia uscì dalla guerra con una peculiarità che la distingue da quasi tutti gli altri paesi sconfitti o liberati: non vi fu una resa dei conti piena con il regime. La Germania nazista fu smembrata, occupata, denazificata — un processo brutale e imperfetto, ma radicale. L’Italia invece visse una transizione negoziata, in cui, a complicare le cose, vi fu la Repubblica di Salò, (RSI, 1943-1945), che aggiunse l’elemento della guerra civile.
Il fascismo italiano non fu solo un regime politico: fu una cultura, un insieme di riflessi autoritari, di intolleranza verso il dissenso, di esaltazione del capo, di rifiuto del pluralismo — elementi che sopravvivono in forme attenuate e mutate in segmenti della società italiana.
Eppure al fascismo abbiamo risposto. Abbiamo risposto con la Resistenza, abbiamo risposto con il CLN
Il vero problema non è tanto la presenza di partiti o movimenti apertamente neofascisti (marginali e sorvegliati), quanto la normalizzazione progressiva di un linguaggio e di una sensibilità che in altri contesti sarebbero immediatamente riconoscibili come ereditari di quella tradizione.
La storia italiana del dopoguerra insegna che le democrazie non si consolidano solo con le leggi, ma con la cultura, la memoria e la capacità di guardare senza sconti al proprio passato.
Come ha sostenuto anche Cacciari a Otto e Mezzo, il concetto di antifascismo andrebbe aggiornato e ampliato. Essere “antifascista” oggi significa per esempio essere profondamente militanti in difesa di Gaza e contro le politiche di Netanyahu. Essere oggi antifascisti non significa soltanto ricordare la Resistenza e il 25 aprile, ma vuol dire anche applicare l’antifascismo anche contro il sionismo revisionista di Netanyahu.
W il patentino antifascista

Su questo terreno, proprio il 14 giugno Giorgia Meloni ha dichiarato una cosa molto grave. Ha detto che chiedere a chi partecipa a una fiera del libro di dichiararsi antifascista è censura ed è incompatibile con qualsiasi società democratica. Meloni implicitamente ha dichiarato di essere fascista, visto che non è contemplato dichiararsi antifascista. Questo si che è veramente incompatibile con la società democratica.
Eppure anche lei ha giurato sulla Costituzione antifascista quando è diventata premier, ma la destra è entrata in un pericoloso vortice competitivo, una guerra tra fazioni, in una spirale di estremismo violento per raccogliere i voti.

